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03/11/2018

Motivazione e Ansia: la ricetta di Julio Velasco

Motivazione e Ansia: la ricetta di Julio Velasco
La si avverte dalla più “innocente” partita di sport giovanile alla più importante finale di un campionato mondiale: l’ansia, spesso, ci blocca, finendo con l’impedirci di rendere al massimo delle nostre possibilità. Un modo per combatterla?  Naturalmente lo sport, come spiega uno dei più grandi allenatori di pallavolo di tutti i tempi, Julio Velasco in una bella intervista rilasciata a Barbara Prampolini per la rivista on line Pronto Intervento Panico di cui proponiamo uno stralcio. Buona lettura!
 
Julio Velasco: Motivazione e Ansia (di Barbara Prampolini)

Per questo articolo sulla motivazione e l’ansia abbiamo un ospite di grande livello internazionale, non solo uno straordinario allenatore ma anche un insuperabile motivatore. Si tratta di uno dei coach di pallavolo più vincenti di tutti i tempi, attuale tecnico dell’Azimut Modena in SuperLega, Julio Velasco. Con lui l’Italia ha raggiunto traguardi insperati: 3 ori europei, 2 mondiali e 5 vittorie nella World League per non parlare dei successi con i club.  

Velasco ha vissuto e vive in un mondo di giovani e giovanissimi, conosce benissimo concetti come stress, ansia da prestazione, tensione, paura di sbagliare, di fallire. Sa quanto possa incidere il peso di una sconfitta ma anche cosa si deve fare per reagire e nei suoi interventi tratta rigorosamente punto per punto gli aspetti salienti del “Velasco pensiero”, un approccio che non è solo sportivo ma che si ritaglia anche alla vita di tutti noi, sia in ambito personale che professionale come ad esempio la “cultura degli alibi”, “gli occhi della tigre”, la differenza tra eccellenza e perfezione e tanti altri. 

Ha mai incontrato nella sua carriera sportivi condizionati dall’ansia?
“Di crisi di panico vere e proprie non ne ho avuto conoscenza diretta ma ho saputo di giocatori, che hanno giocato con me, che ne hanno sofferto e che solo successivamente sono usciti allo scoperto e ne hanno parlato pubblicamente. Uno in particolare era un giocatore, che poi ha fatto outing, che, casualmente si infortunava spesso.  Questo degli infortuni è un fatto che se da un lato può essere visto come sola sfortuna dall’altro, però, fa registrare un dato estremamente significativo: molti infortuni possono essere causati anche da situazioni di fortissimo stress che in qualche modo debilitano il fisico e certamente soffrire di panico o ansia può incidere pesantemente. Non rientrano, a mio parere, tra le cause di forte stress il giocare spesso, l’allenarsi con assiduità quanto appunto la troppa ansia, la paura di perdere, all’obbligo psicologico della vittoria, della perfezione e così via…”.

 “L’ansia” – continua Velasco-  “è abbastanza comune; io ricordo quando allenavo gli under 14 in Argentina, erano i miei primi anni e avevo un rapporto bellissimo sia con i ragazzini che con i genitori. In una occasione siamo arrivati a disputare una finale ed io, allora ignorante di molte cose, ho preparato questi ragazzi alla partita come se l’avessi dovuta disputare io caricandoli molto.  Io che sono un agonista e mi carico proprio nelle situazioni di stress credevo di riuscire a trasmettere anche a loro la mia carica ma, poiché non siamo tutti uguali, quella partita fu un disastro totale; per voler far bene e non deludermi erano totalmente bloccati. Per fare un esempio dei nostri giorni, quando sento dire dai tifosi nei confronti dei giocatori della nazionale italiana di calcio che non si è qualificata ai mondiali 2018 “devono andare a lavorare”, come se fosse mancata loro la volontà, non capiscono che non è una questione di volontà, è che l’ansia di voler far bene è terribile e può compromettere anche e soprattutto la più importante delle partite. E’ successo al Brasile nel mondiale in casa. L’ansia purtroppo è pericolosissima, gioca degli scherzi incredibili. Adesso poi è particolarmente difficile da gestire perché il giocatore non ha rapporto solo con il procuratore o la società; adesso ci sono i social che, anche se non sembra, possono caricare a tal punto da creare un accumulo di ansia pazzesco”.

Ad un soggetto ansioso aiuta far parte di un gruppo o no? 
Secondo me dipende dalla dinamica del gruppo. I gruppi, come tutte le cose umane, non sono né buoni né cattivi, dipende. Se è un gruppo che giudica, che mette etichette ecc., l’ansia peggiora sicuramente. Allora magari chi ne soffre cerca a tutti i costi di nascondere l’ansia e questo amplifica sicuramente la situazione. Se invece è un gruppo aperto, cosa che io cerco sempre di insegnare ai giovani, allora anche il soggetto ansioso può trovare un ambiente favorevole e utile a controllare l’ansia che tra l’altro, è bene sottolinearlo, non è affatto segno di debolezza o di fragilità.  Io ai miei ragazzi dico sempre che il coraggioso non è quello che non ha paura, perché quello è incosciente. Il coraggioso è quello che pur avendo paura, la supera. 
 
 Il leader ha paura? Come un leader supera la paura e può addirittura trasformarla in punti di forza?
Ci sono tanti tipi di leader. Nel campo dello sport, della politica o militare è difficile che uno diventi leader se sotto stress si blocca, quindi c’è una sorta di selezione naturale, di predisposizione. A volte si abusa del concetto di leader, ad esempio nello sport si tende a pensare che il leader sia anche il migliore. Invece c’è una grande differenza tra il migliore e il leader. Il leader è uno che guida gli altri, un trascinatore. Uno invece può essere bravissimo ma non un leader.  Nella musica uno può essere primo violino perché è bravissimo, ma non il direttore d’orchestra perché il direttore deve possedere e possiede qualcosa in più. E’ chiaro che questo non significa che se anche uno ha le caratteristiche del leader non abbia mai paura, non sarebbe umano. Però diciamo che con l’esperienza si imparano a gestire sia lo stress che la paura. Ad esempio con l’aggressività. Mi spiego. L’aggressività o chiamiamola grinta è un buon antidoto contro la paura. Io personalmente per l’ansia ho due rimedi: uno, il giorno della gara ho l’abitudine di non fare solo il mio lavoro ma anche leggere, guardare film, ascoltare musica parlare di altro perché se già dal mattino dovessi parlare della partita che si disputa la sera è ovvio che l’ansia è destinata ad aumentare. A volte il giorno della partita mi vedono dopo pranzo che sto parlando di tutt’altra cosa rispetto alla partita e può sembrare che uno non si stia concentrando. Invece è l’opposto: concentrarsi troppo crea ansia. L’altra cosa che uso contro l’ansia è che nel momento in cui si entra in scena uso molto l’aggressività, mi carico. E’ come essere un attore: non ti prepari per come stai tu, per quello che tu sei ma per quello che devi essere e devi rappresentare. Soprattutto essendo un riferimento per gli altri io devo sempre essere come voglio che gli altri mi vedano e come hanno bisogno di vedermi. Non è che sono sempre uguale nel mio intimo ma quando svolgo il mio ruolo devo apparire sempre uguale proprio perché per gli altri sono un punto di riferimento. I miei giocatori mi devono vedere sicuro di me anche quando non lo sono, entusiasta anche quando non lo sono e così via… Non sempre si ha una visione chiara di come andranno le cose, soprattutto nello sport. Ma non posso certo andare dai giocatori e trasmettere messaggi di incertezza con frasi tipo: “mi sembra…può darsi che….forse… dovremmo fare così…” perché questo crea insicurezza negli altri. Si deve andare diretti, convinti e convincenti e per questo è importante l’aggressività, la convinzione, la grinta, la sicurezza che trasuda anche a occhio nudo. Questo per me vale tanto in partita quanto in allenamento. E’ ovvio che la partita è un confronto e si deve dare il massimo.  A volte con giocatori particolarmente in ansia dico di immaginare il nemico dall’altra parte, qualcuno che vuole mettere in pericolo un proprio caro, e ciascuno poi si prefigurerà l’immagine che crede.  Lo sport è un po’ una parodia di una battaglia, è una metafora: ci sono le squadre, le divise, il campo, bisogna per forza caricarsi e andare. Non sempre si può calcolare e valutare tutto, bisogna buttarsi e crederci e se comunica invece il messaggio della prevedibilità,  secondo me è sbagliato. Si deve lottare al meglio e basta, senza pensare. Come quando sei al mare e vuoi entrare in acqua; se ti avvicini toccando prima con la punta del piede non entri mai, ti devi buttare. La prima sensazione è di freddo ma dopo due metri passa: il concetto è buttarsi. Sull’ansia molte volte è così. Non devi capire tutto, scandagliare i possibili scenari, devi fare ciò che ti serve per superarla, non importa che stai a capire come quando e perché…”

Dopo aver studiato tutto quello che potevo sulla vita e sulla carriera di Velasco ho maturato una convinzione che se prima era in me un’idea ora è una certezza granitica: lo Sport salva la vita. Non è un’esagerazione anche se può sembrare, ritengo sia la pura verità. Se i ragazzini fin da piccoli li si inserisce in un contesto sportivo adeguato, gli si regalano insegnamenti, valori e strumenti che saranno utili, se non fondamentali, non solo nello sport ma per la vita, per sempre saranno uomini e donne migliori. Inoltre li si allontana dai rischi sempre più concreti che prendano strade pericolose, frequentino brutte compagnie e si perdano.
Sarebbe davvero utile che la scuola e i genitori vedessero nella pratica sportiva il miglior alleato per crescere non solo sportivi ma persone solide ed equilibrate. Poi è ovvio….si dovrebbe avere la fortuna di incontrare un Velasco e sicuramente fa la differenza.
Infine altro concetto base: praticare sport, attività aerobica costante, aiuta a combattere l’ansia. Lo sport, il movimento, dovrebbero far parte a pieno titolo della nostra vita, della nostra quotidianità e che Velasco non vi senta dire:” io non ho tempo…” perché questa affermazione rientrerebbe in pieno in quella che definisce “la cultura degli alibi” ossia trovare sempre scuse e colpe per evitare di affrontare un problema, per scansare una cosa. Quindi gambe in spalla e pedalare….
 
Barbara Prampolini


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